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Le vicende riportate in questo sito riguardano fatti e persone reali e procedimenti giudiziari, in alcune occasioni, ancora in attesa di giudizio definitivo. Pertanto i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino al giudizio definitivo. La redazione di MilanoMafia.com è a disposizione degli interessati per interventi, repliche e chiarimenti



Omicidio Carvelli, delitto senza verità. Una condanna ma i killer sono ancora liberi

Dalla sentenza che condanna Lollo Casati a 20 anni per la partecipazione al sequestro di Francesco Carvelli, emergono tutte le ombre su un'esecuzione ancora avvolta dal mistero. A sparare due nomadi del campo di via Negrotto?

Chi è?


Francesco Carvelli, nato a Milano il 5 luglio 1986, è il figlio di Angelo Carvelli, uomo legato alla 'ndrangheta in carcere per associazione mafiosa e omicidio

Francesco, detto Cecco, è il nipote di Mario Carvelli, fratello di Angelo, recentemente condannato a 30 anni di carcere per traffico di droga

Il giovane, che controllava la piazza di spaccio di via Aldini a Quarto Oggiaro, è stato trovato senza vita a Garbagnate Milanese il 4 agosto 2007. Il corpo era stato ammanettato ad un albero nel parco delle Groane e colpito con 5 proiettili calibro 7,65

Nella sezione documenti l'ordinanza che ha portato all'arresto di Leonardo Casati e la sentenza del giudice Ghinetti
26 ottobre 2009 - C'è un omicidio che non è un omicidio. Per la legge, quello di Francesco Carvelli, 21 enne giovane rampollo della famiglia di Quarto Oggiaro, è solo un rapimento con morte del sequestrato.  Perché Leonardo Roberto Casati, detto "Lollo lo zoppo", nato a Milano il 20 febbraio 1969,  la sola persona coinvolta finora nell'inchiesta per il delitto è stato condannat0 con rito abbreviato lo scorso 23 marzo 2009 a 20 anni di carcere ma solo per aver partecipato al rapimento del giovane e non per essere l'esecutore materiale dell'omicidio. I killer, probabilmente due slavi del campo nomadi di via Negrotto (come vengono indicati da alcuni testimoni) sono ancora in libertà. 

Il delitto. Il cadavere di Francesco Carvelli viene scoperto il 4 agosto 2007 in un'area campestre del parco delle Groane a Garbagnate Milanese. Il ragazzo prima di essere stato ucciso con 5 colpi di pistola è stato picchiato e ammanettato a un albero. A terra vengono trovate 3 pallottole inesplose che come si chiarirà durante il processo sono solo il frutto di un cattivo funzionamento della pistola usata. La sua scomparsa era stata denunciata il giorno prima ai carabinieri dalla convivente, Desirèe Ricatti. Carvelli, si scoprirà poi, aveva un appuntamento con Lollo Casati al Centro commerciale Metropoli di Nova Milanese. Casati doveva consegnare a Cecco Carvelli 100 mila euro in banconote da 500 euro. Soldi frutto dello spaccio di coca del clan Carvelli e "ripuliti" da Casati e dai nomadi del campo di via Negrotto.  Durante l'incontro però il ragazzo fu "arrestato" da uomini con pettorine della polizia e trasportato via in auto. Nel febbraio 2008, dopo una fuga all'estero, i carabinieri arrestano Casati e qualche giorno dopo il fratellastro Mario Crippa (che lo avrebbe aiutato a nascondere un'arma). Il 17 marzo 2009 i pm Marcello Musso ed Edi Pinatto avevano chiesto 30 anni per Casati. Pochi giorni dopo la sentenza del giudice Andrea Ghinetti: 20 anni con rito abbreviato. 

I misteri. Nel dispositivo della sentenza (che MilanoMafia mette a disposizione nella sezione Documenti) però emergono tutti i misteri di un'inchiesta che - già a pochi giorni dall'arresto di Casati - gli stessi magistrati avevano definito "monca". Il motivo  è semplice: durante i 6 mesi d'indagine non sono stati individuati i killer di Francesco Carvelli. Secondo quanto raccolto direttamente presso gli inquirenti a pesare durante l'indagine sarebbe stata la scarsa dimestichezza degli investigatori (in questo caso i carabinieri) con il tessuto criminale di Quarto Oggiaro, un quartiere come si evidenziò ben prima del delitto governato dalle bande Tatone e Carvelli secondo regole malavitose molto severe e tipiche di aree a forte influenza mafiosa. Tanto che, come evidenzia lo stesso giudice nella sentenza, nessuno né nella famiglia della vittima né in quella del condannato collabora mai con le forze dell'ordine durante l'inchiesta. 

I "buchi". Durante le indagini emerge che Casati fungeva da "ripulitore" dei soldi dello spaccio controllato da Francesco Carvelli. Per certo sono state ricostruite tre transizioni nell'arco di poche settimane per 300 mila euro complessivi.I soldi, di solito a colpi di oltre 100 mila euro, venivano consegnati da Carvelli a Casati e quindi "cambiati" da banconote di piccolo taglio a biglietti da 500 euro. Ma perché Francesco Carvelli aveva la necessità di una simile operazione? Cosa accadeva poi alle banconote di grosso taglio? E soprattutto da dove arrivavano quei solidi? Erano solo di Francesco Carvelli e della sua batteria di spaccio o dell'intera organizzazione guidata dallo zio Mario Carvelli?

Altra questione insoluta: l'arma del delitto. Secondo la ricostruzione della scientifica dei carabinieri durante l'esecuzione dell'omicidio l'arma si sarebbe inceppata tre volte come testimoniano i tre proiettili inesplosi, ma  "incamerati" dall'arma. Secondo la relazione della balistica, l'arma usata sarebbe una Beretta mod 1935 di calibro 7.65. La pistola tuttavia non è stata trovata e non è mai stato chiarito perché i proiettili usati (in particolare i tre inesplosi) fossero palesemente errati rispetto al tipo di arma usata. In pratica i killer avrebbero usato proiettili di tipo diverso da quelli indicati per la pistola provocando il continuo inceppamento dell'arma. Una leggerezza dei killer? Forse, e per il giudice questo sarebbe un segno della mancanza di una volontà omicidiaria precisa, tanto che il delitto sarebbe avvenuto di impeto dopo un "interrogatorio" per conoscere il nascondiglio degli altri soldi della banda, e non su premeditazione, come invece accaduto per il sequestro

Terzo mistero: chi ha sparato? Scrive il giudice: "Su ciò che è accaduto dopo (si parla del sequestro, ndr), invece non possono farsi che ipotesi verosimili sulle quali non è lecito fondare una pronuncia di condanna: in particolare non vi è prova che l'imputato abbia materialmente partecipato alle fasi successive dell'azione criminale , né dell'iter criminis che ha portato alla soppressione dell'ostaggio". In pratica non ci sono prove certe del coinvolgimento di Casati nell'esecuzione del delitto. Ma allora chi ha sparato?

La rapina.  Secondo l'ipotesi della Procura sarebbero stati i due (o tre) uomini con le pettorine della polizia indicati da alcuni testimoni durante il finto sequestro. Dopo il delitto, il 12 novembre del 2007, le stesse pettorine comparirebbero durante una rapina a un furgone portavalori del Monopolio di Stato a Lonato (Bs). Il carico rapinato veniva intercettato dalla stradale lungo l'A4 verso Milano e seguito fino al campo di via Negrotto. L'autista era riuscito a fuggire, ma le forze dell'ordine avevano identificato diversi residenti del campo. I rapinatori, infatti avevano utilizzato anche in quel caso alcune finte pettorine della polizia e un lampeggiante. A distanza di qualche tempo le fotografie delle persone identificate in via Negrotto sono state sottoposte ai testimoni oculari del rapimento (lavoratori del Metropoli), che hanno riconosciuto, senza tuttavia certezza, alcune persone che avevano partecipato al finto arresto. Per la polizia del commissariato di Quarto Oggiaro, che tuttavia non ha effettuato le indagini per il delitto, si tratterebbe quasi certamente di zingari slavi. Ma finora nessuno è riuscito a individuare i killer con certezza. E, a due anni dal delitto, questo resta un giallo senza soluzioni. (cg)