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Le vicende riportate in questo sito riguardano fatti e persone reali e procedimenti giudiziari, in alcune occasioni, ancora in attesa di giudizio definitivo. Pertanto i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino al giudizio definitivo. La redazione di MilanoMafia.com è a disposizione degli interessati per interventi, repliche e chiarimenti



Cesano Boscone. La saga della famiglia Madaffari, dal sequestro Rancilio alla lobby dell'ndrangheta

Domanicantonio Madaffari fu arrestato per il rapimento del giovane Augusto Rancilio, il cui corpo non è mai stato trovato. Suo figlio Andrea sarebbe il dominus del ramo economico-finanziario della cosca Barbaro-Papalia

La vicenda


Augusto Rancilio, architetto 26 enne, figlio del costruttore Gervaso Rancilio, venne sequestrato la mattina del 2 ottobre 1978 in via dei Salici a Cesano Boscone

Dopo il sequestro il giovane fu portato nel box di Domenicantonio Madaffari, macellaio di Cesano Boscone, padre di Andrea Madaffari, l'imprenditore arrestato nell'operazione Parco Sud accusato di essere il braccio economico-finanziario della cosca Barbaro-Papalia

Il giovane venne poi trasportato in un cascinale e in seguito trasferito in Calabria dove, secondo le ricostruzioni, venne ucciso dal suo carceriere

Il corpo non fu mai ritrovato. La famiglia Rancilio cercò invano, di riavere i resti del giovane. Oggi in suo nome è nata una Fondazione per il  sostegno alla formazione, allo studio e alla ricerca nei campi dell'Architettura, del Design e dell'Urbanistica

Milano, 18 marzo 2010 - Quella di Augusto Rancilio è una delle storie più nere della 'ndrangheta al Nord. Ma soprattutto è una storia dimenticata, una di quelle vicende rimosse dalla Milano senza memoria che ha dimenticato i martiri di una guerra infinita. Augusto Rancilio è un ragazzo di 26 anni, il suo è un destino segnato: architetto, come buona parte dei suoi familiari, una delle dinastie di costruttori più note della Milano degli anni Settanta.  Gli uomini della 'ndrangheta lo rapiscono il 2 ottobre 1978 a Cesano Boscone, all'esterno di un cantiere in via dei Salici. Sono da poco passate le sette del mattino quando gli uomini della cosca Muià, Mammoliti e Sergi entrano in azione. In via dei Salici, accanto a un box utilizzato come ufficio c'è una dipendente dell'azienda Rancilio. Sta aspettando come ogni mattina l'arrivo del capostipite, l'ingegner  Gervaso Rancilio. Nell'auto, una Peugeot 604 con targa francese, c'è anche il figlio Augusto, 26 anni. In pochi secondi l'auto viene circondata da uomini incappucciati e con il mitra in pugno. Augusto prova a difendersi con un ombrello, poi viene caricato di peso su un'Alfetta 2000 blu. Da quel momento nessuno lo vedrà più vivo. 

Alla famiglia Rancilio resta solo la speranza di pagare un riscatto, anche solo per riaverne i resti. Ma il corpo del giovane architetto non farà mai ritorno a casa. Nel 1990, dopo che per il sequestro erano stati condannati uomini della banda Muià, Amante e Mammoliti, è il pentito Saverio Morabito a raccontare la cronaca del tragico sequestro Rancilio. Secondo Morabito, ipotesi poi avvalorata dai giudici nella sentenza del processo Nord-Sud, Rancilio venne trasportato da via dei Salici al box di "Mico il macellaio", ossia Domenicantonio Madaffari, che all'epoca (e ancora oggi) aveva proprio una macelleria a Cesano Boscone. Poi il giovane venne trasferito dal box dei Madaffari alla cascina di Pietro Amante da dove partì verso l'Aspromonte senza mai fare ritorno. Rancilio però era stato un ostaggio combattivo, tanto che durante il trasferimento, con mani e piedi legati, cercò di fuggire dal bagagliaio della Renault 5 guidata proprio da Saverio Morabito. Il tentativo di fuga però fu sventato dall'intervento di Rocco Papalia e Francesco Sergi che seguivano la vettura a bordo di un'altra auto. Morabito allora scese dall'auto e strinse ancora di più le corde ai polsi e alle caviglie di Rancilio. 

Sempre secondo quanto raccontato da Morabito, Rancilio venne poi ucciso in Calabria dal suo carceriere, tale Peppe Lampo, perché durante un'operazione dei carabinieri in Aspromonte, mentre Rancilio era nascosto in un tubo di cemento tentò di fuggire. Peppe Lampo gli avrebbe sparato per poi abbandonare il corpo sul greto di un canale. Sarebbe stato poi Giuseppe Mammoliti, tempo dopo, a seppellire i resti in un campo. Per il sequestro Rancilio venne arrestato Domenicantonio Madaffari, il padre di Andrea, proprio con l'accusa di aver messo a disposizione il box usato come prima prigione. 

Ecco cosa si legge nell'ordinanza di custodia dell'operazione Parco Sud a proposito di Andrea Madaffari: "Il padre di Madaffari, Domenicantonio, è stato arrestato unitamente a Saverio Sergi, quale correo di sequestro di persona a scopo di estorsione (Rancilio). Mentre un cugino di Andrea Madaffari, tale Salvatore Madaffari, era caduto sotto i colpi di un'imboscata in realtà diretta verso Saverio Sergi".  L'omicidio avvenne nella notte tra il 22 e il 23 settembre del 1979 quando al pronto soccorso dell'Ospedale San Carlo arrivò quasi esanime Salvatore Madaffari. Dalle indagini successive si scoprì che era stato ferito all'esterno di un bar a Buccinasco mentre si trovava proprio in compagnia di Saverio Sergi, detto il Principale. 

Domenicantonio viene intercettato durante una riunione nelle sale della Kreiamo il 18 gennaio 2008 con il figlio Andrea, Antonio Perre, Salvatore Barbaro e Alfredo Iorio. Ecco invece come lo definisce Iorio in un'altra conversazione intercettata con un imprenditore: Domenicantonio "è una persona di rispetto", è "un capo buono", "i Madaffari sono una famiglia rispettata perché avrebbero aiutato tanta gente quando si trovavano in difficoltà a causa della reclusione di qualche familiare, prendendosi cura dei familiari stessi e fornendo loro il necessario per vivere...". (cg/dm)