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Le vicende riportate in questo sito riguardano fatti e persone reali e procedimenti giudiziari, in alcune occasioni, ancora in attesa di giudizio definitivo. Pertanto i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino al giudizio definitivo. La redazione di MilanoMafia.com è a disposizione degli interessati per interventi, repliche e chiarimenti



Processo Ortomercato, sotto la Madonnina oltre 90 società in mano alla 'ndrangheta. Economia legale piegata agli scopi della mafia

Prosegue l'approfondimento sull'indagine Ortomercato. Milanomafia.com è in grado di rivelare come attorno al boss Salvatore Morabito ruotavano 90 società messe in piedi per ottenere appalti milionari e creare fondi neri

La relazione del perito

La perizia di Gian Antonio Bellavia inizia nel 2008. L'incarico gli viene affidato dallo stesso pm che vuole capire meglio gli assetti societari che farebbero capo ad Antonio Paolo

Bellavia mette in fila otto relazioni dove si analizzano circa 90 società. Si tratta di cooperative e di semplici srl

Tutte hanno una caratteristica comune: durano massimo cinque anni, dopodiché  vengono messe in fallimento e trasferite in Sicilia

Studiando le carte contabili si capisce che molte di queste società servono sostanzialmente a monetizzare denaro da reimpiegare nel traffico di droga

In particolare, la New Coop monetizza molto denaro proprio in concomitanza con la trattativa  sudamericana. Un particolae che secondoil pm Laura Barbaini chiuderebbe il cerchio


22 novembre 2009 -
  ‘Ndrangheta all’Ortomercato di Milano. La notizia deflagra nel 2007. Eppure solo oggi si capisce che quella è stata un’inchiesta chiusa troppo in fretta. Perché nella rete degli investigatori finiscono sì 250 chili di cocaina, ma non 90 cooperative, per lo più fasulle, utilizzate in modo da riciclare, attraverso fondi neri, fino a 9 milioni di euro in tre anni. Un castello societario che, all’ombra della Madonnina, mette assieme gli affari di ‘ndrangheta e Cosa nostra. Di più: agli atti del processo di primo grado in corso oggi, c’è una clamorosa lettera che metterebbe in dubbio l’innocenza della drigenza Sogemi, parte civile nel dibattimento. Milanomafia.com prosegue il suo lavoro di approfondimento su una delle indagini di mafia più interessanti degli ultimi dieci anni.

L’Ortomercato, dunque. Via Lombroso 54, terzo piano del palazzo Sogemi, la società pubblica che lo gestisce. Fino a due anni fa qui aveva i suoi uffici il consorzio Nuovo Coseli amministrato da Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore di successo nel mondo delle cooperative di facchinaggio. Secondo l’accusa, uomo della ‘ndrangheta. Fin dal 2007 al centro del binomio mafia-Ortomercato c’è la cosca calabrese di Africo capeggiata da Salvatore Morabito. Quasi subito, però, ci si accorge che tutta l’inchiesta For a king ruota attorno a quel sequestro di droga. C’è un night (il For a king appunto) aperto, ma con quali soldi non si capisce. Ci sono cene elettorali tra i boss e l’attuale consigliere regionale del Pdl Alessandro Colucci, ma sul tavolo del pm Laura Barbaini rimane solo una stringata informativa. Antonio Paolo torna presto in libertà. In quel periodo sull’Ortomercato, dove non viene trovato un grammo di droga, si scrive ancora qualcosa grazie all’esuberante eloquio di Roberto Predolin, presidente di Sogemi appoggiato da An. Dice: “Hanno fatto un po’ di cinema. Gradirei che u sassero la stessa operatività per risolvere i problemi di prostituzione minorile in via Lombroso”.

Oggi Antonio Paolo è imputato in un processo di primo grado. Accusato di traffico di droga, ma non di mafia, o riciclaggio. Pardassolamente, infatti, quei 250 chili sequestrati in Spagna hanno troncato a metà una delle più importanti inchieste sulla ‘ndrangheta degli ultimi dieci anni. Cocaina: questo raccontano le carte. Non delle cooperative o di alleanze siciliane. E di droga si parla, nel maggio 2007, durante un’affollata conferenza stampa. Sul tavolo enormi sacchi di polvere bianca. Le immagini fanno il giro d’Italia.

Spenti i riflettori, iniziano i processi con rito abbreviato. Strada scelta dai 14 uomini del clan coinvolti nella droga. Le sentenze non cambiano in primo e secondo grado. Salvatore Morabito si prende 13 anni. La dottoressa Barbaini deve correre. Fa tutto da sola. Non può andare oltre al traffico di droga. Anche per questo il suo resta un lavoro esemplare. Ripreso, in appello, dal procuratore generale Felice Insardi, uno che la mafia la conosce molto bene, avendo lavorato con Giovanni Falcone. Isnardi scopre intercettazioni inedite, di cui però ha soli i brogliacci. E disporre nuove indagini in appello è pressoché impossibile. Quasi contemporanemante parte il primo grado con Antonio Paolo alla sbarra. Le carte in tavola cambiano radicalmente. A partire da quella lettera che Paolo spedisce a Sogemi. Siamo nel 2003 e il suo consorzio Nuova Coseli ha debiti fino a 700.000 euro. Dice Isnardi nella sua requisitoria: “C’è una lettera del 5 giugno 2003 del Nuovo Coseli, a firma Paolo Antonio e diretta a Sogemi, che promette il risanamento dei debiti grazie all’apporto del nuovo socio”. Sogemi, che pur non poteva sapere che il nuovo socio era Slavatore Morabito, avrebbe potuto controllare.

C’è altro: Antonio Paolo sostiene di non aver mai saputo chi fosse Morabito. Falso, almeno secondo il teste Paolo Scatigna, sovraintendente della Polizia, legato da rapporti di lavoro con Antonio Paolo. Scrive Isnardi. “Scatigna mise in guardia Paolo sul fatto che Morabito era un malavitoso ma lui disse che lo sapeva”. E che la droga rappresenti solo una piccola parte di questa vicenda, lo dimostra l’inedita intercettazione tra Morabito e Paolo. Si legge nel brogliaccio: “Paolo Antonio informa Morabito su un appalto della Tnt, dice che il responsabile di altra società è stato bravo e corretto, perché ha chiesto a Paolo Antonio la sua offerta e si è proposto di farne una maggiore allo scopo di escludersi”. Ecco in sostanza cosa dice l’altro imprenditore: “Mi spiace, io non concorro, anzi ditemi voi quanto avete offerto, io faccio un’offerta maggiore, così non rischio di vincere la gara”.

A questo punto la palla passa al commercialista Gian Antonio Bellavia, incaricato dalla Procura di fare luce sulle centinaia di carte sequestrate nei vari uffici delle cooperative. “Un lavoro inevitabilmente incompleto – dice Bellavia – perché negli uffici gli investigatori, non avendo uno schema societario, presero carte a caso”. E comunque sia, Bellavia identifica quasi 90 cooperative, la maggior parte prive di documenti contabili. Un castello societario che per l’accusa è giocato su tre livelli. Al primo c’è il Nuovo Coseli di Paolo che prende appalti milionari da società come Sda (Poste italiane), Dhl, Tnt. Commesse supappaltate alle cooperative di secondo livello, che a loro volta girano il lavoro a un risiko di società di terzo livello, quasi tutte scatole vuote usate come cartiere per l’emissione di fatture false regolarmente incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Denaro che per l’accusa servirebbe a finanziare la cosca. Il procuratore Isnardi segnala che dal 18 aprile al 19 ottobre 2005, epoca in cui Morabito è libero e attivo nel traffico, la New Coop (una delle 90 cooperative) monetizza, attraverso la testa di legno Mario Martino, 530.000 euro. Prelievi che si riducono sensibilmente dopo l’arresto di Morabito avvenuto il 23 ottobre. Il denaro riprende a uscire dalla New Coop nel giugno 2006 in concomitanza con la chiusura dell’affare dei 250 chili.

“Questo è il vero riciclaggio – dice il pm Laura Barbaini – il denaro sporco entra nel 2003 nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni solo apparentemente pulite, dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca”.Ed è in quest’ultimo passaggio che emerge la figura di Giovanni Falzea, parente di Morabito. “Lui – dice Isnardi – gestiva i conti correnti di Unicredit”. Denaro che poi passava ai luogotenenti del boss, coinvolti nel traffico di droga. Ma lo stesso Falzea farebbe da trait d’union con gli uomini di Cosa nostra. “E’ lui – si legge in una relazione della Squadra mobile – a tenere i rapporti con Giuseppe Porto vicino al latitante Gianni Nicchi capo della famiglia mafiosa palermitana di Pagliarelli”. Un’allenza confermata durante il processo Ortomercato, quando in aula viene sentito Ruggero Riolo, teste della difesa e parente di Giuseppe Porto. Interrogato Riolo risponde: “Attualmente lavoro per la cooperativa Cgs”. Non un nome a caso. La Cgs, con sede in via Romilli, è la cooperativa di Cinzia e Loredana Mangano, figlie di Vittorio Mangano, l’ex fattore di Silvio Berlusconi. E con le sorelle Mangano proprio Pino Porto oggi condivide diversi interessi. (dm)