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Le vicende riportate in questo sito riguardano fatti e persone reali e procedimenti giudiziari, in alcune occasioni, ancora in attesa di giudizio definitivo. Pertanto i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino al giudizio definitivo. La redazione di MilanoMafia.com è a disposizione degli interessati per interventi, repliche e chiarimenti



Liberare l'anima. Il libro di poesie di Antonio Papalia

Parla, dopo 17 anni di carcere, Antonio Papalia. E lo fa con una raccolta di poesie pubblicate da Edizioni Liberarsi. Oggi Papalia è rinchiuso nel carcere di Padova, condannato all'ergastolo. Pubblichiamo un breve estratto del libro, la nota autobiografica scritta dallo stesso Antonio Papalia. A fianco alcune poesie contenute nel volume. Scritti che aiutano a conoscere il pensiero e la vita di uno dei più importanti boss della 'ndrangheta nel Nord Italia. Un nome ancora oggi indicato in molti rapporti dell'Antimafia come una delle personalità più influenti. Tra le righe c'è però anche la storia di un uomo e di una famiglia che bisogna comunque comprendere, al di là di ogni giudizio morale. Quella di Antonio Papalia è una storia che merita di essere raccontata. MilanoMafia.com mette a disposizione questi testi (il cui copyright appartiene all'Editore e alla famiglia Papalia) per conoscere e comprendere uno dei protagonisti della storia della Mafia a Milano

di Antonio Papalia


Sono nato a Platì (RC) il 26 marzo 1954. Figlio di contadini e pastori, ultimogenito di otto figli, ho frequentato la scuola elementare ripetendo due anni la prima classe e due la seconda, dopo di che mi hanno promosso per anzianità! Dopo i primi mesi della quarta elementare ho smesso di andare a scuola perché i miei fratelli avevano bisogno di me per pascolare il bestiame. Sono certo che se avessi studiato, oggi il mio destino sarebbe stato diverso. 

Ogni mattina, al chicchirichì del gallo, mi svegliavo e, dopo aver fatto colazione, mia sorella mi metteva nella “mappina” (salvietta) un pezzo di pane e quello che c’era disponibile per companaggio. Portavo anche un tozzo di pane per i cani che restavano sempre all’ovile insieme alle capre e di giorno erano la mia compagnia; appena mi sentivano arrivare, mi correvano incontro scodinzolando in segno di festa. Per raggiungere l’ovile, a Sava (località dell’ovile), percorrevo il fiume Ciancio, con pioggia e vento che dai monti s’incanalavano lungo il fiume, che a volte, erano così forti che a stento riuscivo a percorrere il cammino; il mio viso era indurito dal vento e dal freddo secco. Per raggiungere la meta ad un certo punto abbandonavo il fiume inerpicandomi per un ripido sentiero cinto di rovi.

Arrivato all’ovile, controllavo se qualche capra aveva partorito, dopodiché per riscaldarmi accendevo il fuoco nella casetta di pietre, mungevo un po’ di lotte e lo bollivo per me e per i miei fedeli amici, mettendo dentro qualche tozzo di pane. Intanto era ora di fare uscire le capre e portarle al pascolo; aprendo il passo (cancello dell’ovile), le contavo ad una ad una per verificare che ci fossero tutte e mi incamminavo dietro di esse. Ogni tanto mi arrampicavo tra le cime degli alberi per preparare delle trappole per catturare dei ghiri; salivo con passo sicuro tra le coste, le valli e  monti. Ormai conoscevo meglio delle mie tasche ogni angolo di quella madre terra, avendo imparato a conoscere anche ogni tipo di pianta e di albero della zona. Le frasche a volte erano intrise di acqua piovana e ogni qual volta che venivano a contatto con il mio corpo i miei miseri abiti si inzuppavano e pesavano più del doppio, così ero costretto ad accendere il fuoco in qualche cantuccio per asciugarmi e non prendere qualche polmonite. Arrivato sulle pianure facevo girare le capre per fare rientro all’ovile, intanto raccoglievo dei fasci di legna che portavo sulle spalle alla piccola casetta e a volte anche al paese. La sera facevo allattare i capretti, poi li mettevo tutti in un angolo asciutto e più riscaldato, mungevo un po’ di latte per i miei amici fedeli e un po’ lo portavo a casa per la colazione del mattino seguente e iniziavo a scendere il tortuoso cammino arrivando al paese all’imbrunire. Questa vita durava dall’autunno fino ad inizio primavera. Poi si transumava verso le foreste dove il pascolo era abbondante, qui s’iniziava a fare il formaggio e la ricotta in abbondanza. Stando dietro le capre a volte mi sdraiavo dietro qualche masso o cespuglio e con il tepore della primavera mi addormentavo; le capre non custodite sconfinavano nelle proprietà vicine ed io mi svegliavo solo al rumore dei fischi e degli urli dei proprietari che mi gridavano: “Stasera vedrai quando dico a tuo padre del danno che mi hai arrecato!". Arrivando la sera a casa c’era già mio padre che mi aspettava sulla soglia della porta per farmi la predica, mi ripeteva che aveva dovuto sudare sette camicie per convincere il pro proprietario a non denunciarmi; io per vergogna mi mettevo a piangere.

Arrivata l’estate, le foreste diventavano aride, il caldo era soffocante e le mie carni erano nere come il carbone per il troppo sole preso. Andavo ad infilarmi tra i mirtilli e gli oleandri in cerca di un po’ di refrigerio, non soddisfatto di questo, in quanto il caldo era veramente cocente, mi buttavo nei piccoli laghetti del ruscello pieno di limo; solo la sera, dopo il tramonto del sole, si poteva godere un po’ di frescura. Da fine luglio a settembre transumavamo nel centro del fiume Ciancio dove avevamo un piccolo ovile. Finito il periodo di fare il formaggio e la ricotta mungevo quel poco di latte che le capre rendevano e ogni mattina, prima di portarle al pascolo, lo mettevo a bollire. Spesso incontravo un uomo anziano che si alzava molto presto per andare a raccogliere legna e quando arrivavo all’ovile questi era già di ritorno con il suo fascio di legna, lo invitavo spesso a fermarsi a farmi compagnia a bere il latte e lui accettava volentieri il mio invito, dopodiché si caricava quel fascio di legna sulle spalle e s’incamminava verso il paese. Questa era la vita che facevo da ragazzo, solo in due occasioni all'anno mi toccava stare in paese (in occasione del Santo Natale e in agosto, il giorno della festa della Santa patronale di Loreto) e solo due volte all’anno avevo degli abiti e delle scarpe nuove. Appena compii 16 anni emigrai in Lombardia in cerca di lavoro, visto che in paese era scarso. In Lombardia iniziai come manovale, che i milanesi chiamavano “magut”. Maneggiando calce e forati le mie mani s’erano tutte spaccate e con il freddo tutti i polpastrelli si erano aperti. Facevo questo lavoro per circa quattro, cinque mesi l’anno, poi ritornavo alla terra madre. 

Nel 1974 ho fatto il servizio militare a Udine. La notte, quando ero di guardia sulla torretta, faceva un freddo cane e per riscaldarci ci davano un liquore in una bustina che chiamavamo caviale e così si riusciva a superare la notte gelida. Mentre ero al militare mi sono fidanzato con la donna che oggi è mia moglie, stabilendomi di nuovo in Calabria. Abbiamo avuto tre cari bambini, oggi adulti e con figli. Lavoravo quando c’era la possibilità di lavorare e nello stesso tempo avevo del bestiame che curavo con passione. Nel 1985 mi trasferii con tutta la famiglia di nuovo in Lombardia. All’inizio lavoravo come procacciatore d’affari, usufruendo della percentuale di quello che riuscivo a vendere. In seguito ho costituito con un socio una s.a.s. di movimento terra e si guadagnava abbastanza per vivere benino, fino a quando di comune accordo decidemmo di sciogliere questa società ed ognuno di noi ne ha costituita una per conto proprio. Io, infatti, ho aperto una società con mia moglie sempre nel ramo del movimento terra e, a dire la verità, vivevo abbastanza bene e pagavo le tasse regolarmente. Nel 1987-1988 ho preso da privato il diploma di quinta elementare e nel 1992, sempre da privato, quello di terza media. All’inizio del 1992 mia moglie ha costituito una s.r.l. per la rivendita di caffè all’ingrosso e al minuto, ed io le davo una mano per la fornitura di caffè nei vari bar; era un lavoro che avevo preso a cuore in quanto mi dava la possibilità di avere contatti con persone di varie categorie. 

Adesso sono diciassette anni che sono in carcere, in questi anni molto riflettuto sui valore della vita e della libertà, penso a tutto il tempo che avrei potuto dedicare a mia moglie ed ai miei figli; riconosco di non aver adempiuto in fondo al dovere di padre e spero che di questo mia moglie e i miei figli mi perdoneranno. Nel 2001 mi sono iscritto da esterno, all’istituto Tecnico Commerciale “Mossotto” di Novra e nonostante le difficoltà sono riuscito ad essere ammesso al quarto anno che al momento ho sospeso, in attesa di riprendere a studiare. In questi ultimi anni ho conosciuto la poesia e la letteratura, che fino aI 2001 a me era ignota, non sapevo neanche da dove si iniziasse.

Ebbene, premesso che non sono un poeta e nemmeno uno scrittore di tanto in tanto mi diletto a scrivere alcuni versi, anche alcuni scritti in prosa e alcune commedie, frutto delle mie più intime riflessioni nelle quali, con sentimento e sensazioni più profonde, riporto quanto è di più caro nella vita, rimarcando in questi versi quei valori indefinibili quali l’amore per la famiglia e l’amore dei luoghi d’origine, dove ho trascorso bella della mia infanzia.

copyright Edizioni Liberarsi - Firenze

Le poesie



VALIGIA DI CARTONE

Con la valigia di cartone tutta incordata
dal profondo Sud sono emigrato
la mia madre terra ho abbandonato
e ogni ricordo del mio passato

Tutto lo stivale ho attraversato
e in terra lombarda son sbarcato
in cerca di una vita migliore
ma ho trovato soltanto dolore...



SOLO CANTO

Uno stormo di corvi 
vola nel cielo.
Sono quelli di sempre
che al rumor della lupara,
saettano a terra

La preda dilaniano 
nel volto infettato
dell'erba maligna.

Se le querce tacciono,
le lupare cantano.

Il popolo si sdegna 
per tanta vergogna.
Lo Stato è assente,
povera terra mia
amara e dolente

Non ho più sorriso e
nemmeno più pianto,
mi resta solo questo canto



EQUINOZIO*

D'autunno quando il sole si trova allo Zenit,
sopra l'equatore e il giorno e la notte
hanno uguale durata
è arrivato un grande evento,
sei arrivato tu, ultimogenito di tre fratelli.
Piccolissimo ti ho lasciato,
senza poterti dare un minimo d'aiuto,
ma tu lo stesso sei cresciuto,
perché il Signore l'ha voluto.
Oggi mi accorgo che sei già adulto,
diventando un uomo giudizioso.
Il ventitré inizia anche il tuo segno zodiacale,
la bilancia,
dove i rapporti tra padre e figli sono dolcissimi

(* la poesie è dedicata al figlio Domenico, nato nel 1983. Attualmente latitante, ndr)




LE ORE

Le ore del giorno
trascorrono lente
in questa foresta
di ferro battuto,
tutto è tetro e
incolore
che mai si sente
il profumo soave
del fiore



PREGHIERA AL REDENTORE

In questa cella sto pregando
al nostro Padre redentore;
quel che dico mi viene dal cuore, 
perciò ti prego, stammi a sentire,
soltanto tu mi puoi aiutare.

Dammi un sostegno, che sto cadendo
dentro un burrone senza fondo,
porgi la tua mano o mio Signore,
anche se sono un peccatore,
tanta tristezza porta il mio cuore!

Tu che dai pace e amore nel mondo
con il tuo sguardo così giocondo
fammi tornare nel nuovo mondo,
dimmi la strada che devo fare
per poter continuare a sperare.

Dammi una vita meno austera,
fai tornare la primavera
e ce la mia anima riposi la sera!
Con letizia e tanto amore,
ti voglio bene, o mio Signore