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La relazione del '92. Le scoperte della Commissione antimafia

L'Ortomercato, i clan dei quartieri, i beni dei mafiosi. La relazione della Commissione comunale antimafia del 1992

Il documento

 
La relazione della Commissione comunale antimafia è stata votata dal Consiglio comunale nel 1992
 
Il presidente Carlo Smuraglia e i consiglieri della commissione hanno effettuato 57 sedute incontrando diversi esponenti della magistratura e della politica
 
Tra le personalità ascoltate anche gli assessori Camagni, Lanzone, Mosini, Capone, Zaffra, Dinetto, Caputo, il comandante dei vigili Eleuterio Rea, i presidenti di alcuni Consigli di Zona, i magistrati Di Pietro, Beria D'Argentine, Colombo e Di Maggio
 
Non solo, anche i presidenti degli ordini di architetti, ingegneri e geometri, il presidente dell'Istituto case popolari, il presidente e l'ad della Sogemi (Mercati generali), il presidente della Camera di commercio Bassetti, il direttore generale di Assolombarda Melissari, il direttore della Consob Marra, i presidenti di Confcommercio e Confesercenti e il direttore della sede milanese della Banca d'Italia Noto
"Milano non può e non deve diventare terreno di elezione per la criminalità e soprattutto per quella economica, per quella politico-affaristica e per quella mafiosa" . Con queste parole, il professore Carlo Smuraglia concludeva il 14 luglio del 1992 la Relazione conclusiva del primo Comitato di iniziativa e di vigilanza sulla correttezza degli atti amministrativi e sui fenomeni di infiltrazione di stampo mafioso del Consiglio comunale di Milano. Erano passati cinque mesi dall'arresto di Mario Chiesa l'allora
presidente della Baggina, beccato dai carabinieri e dal pm Antonio Di Pietro con una mazzetta in mano. Più o meno centocinquanta giorni dopo quindi, dal via della più grande e vorticosa inchiesta sulla corruzione italiana. Anche il terremoto di Mani pulite a suo modo aiutò a mettere la parola fine sui lavori della prima commissione comunale antimafia di Milano. Il sindaco Giampiero Borghini aveva da pochi mesi sostituito il "sindaco cognato" Paolo Pillitteri, e Palazzo Marino ormai tremava sotto il passo dei giudici della Procura. Così il presidente della Commissione Carlo Smuraglia decise di terminare audizioni e acquisizioni di materiali d'indagine "per non intralciare il lavoro della magistratura" che nel frattempo aveva preso sul serio le segnalazioni riguardo infiltrazioni criminali mafiose nell'Ortomercato, a presunti giri di tangenti tra dipendenti e tecnici comunali e pure sui rapporti privilegiati tra alcuni esponenti di Palazzo Marino e personaggi legati alla 'ndrangheta e a cosa nostra. Tutti fatti sui quali, il lavoro della Commissione (che pure venne definita "spuntata", visto che non aveva poteri inquirenti) fu se non decisivo, quantomeno necessario. Le risultanze di quella Relazione conclusiva di 69 pagine ormai dimenticata negli archivi del Comune possono essere utili 17 anni dopo, per capire se - effettivamente - l'istituzione di una nuova Commissione antimafia comunale sia "inutile" e "ridondante" come è stata definita in questi mesi da alcuni esponenti politici, amministrativi e di governo.

La questione basilare, quella della mancanza di poteri "investigativi" e il rischio di una sovrapposizione con la più autorevole Commissione parlamentare antimafia, era già stato al centro del dibattito politico. In estrema sitesi, però, si decise di istituire la Commissione a scopo conoscitivo e non investigativo, aprendola dal Consiglio comunale ad esponenti delle forze dell'ordine, della magistratura e della società civile al solo scopo di definire il significato di "presenza mafiosa", l'effettiva validità dei sistemi di gara e assegnazione degli appalti pubblici e la presenza di fenomeni criminali nei quartieri.

La Commissione fu organizzata in un comitato "centrale" composto dai consiglieri Berti, Covi, Falletti, Dalla Chiesa, Gramegna, Martinelli, Miranda, Rotelli e dal presidente Smuraglia. Poi, nelle 57 sedute, furono organizzate diverse audizioni di "esterni": il segretario generale Centonze, gli assessori Camagni, Lanzone, Mosini, Capone, Zaffra, Dinetto, Caputo, il comandante dei ghisa Eleuterio Rea, i presidenti di alcuni Consigli di Zona, i magistrati Di Pietro, Beria D'Argentine, Colombo e Di Maggio, i presidenti degli ordini di architetti, ingegneri e geometri, il presidente dell'Istituto case popolari, il presidente e l'ad della Sogemi (Mercati generali), il presidente della Camera di commercio Bassetti, il direttore generale di Assolombarda Melissari, il direttore della Consob Marra, i presidenti di Confcommercio e Confesercenti e il direttore della sede milanese della Banca d'Italia Noto.

Scrive nella Relazione conclusiva il presidente Smuraglia: "Il Comitato è perfettamente consapevole delle lacune e delle carenze del lavoro svolto e della stessa relazione; non ha mancato di cercare di rendersi conto anche di queste manchevolezze, soprattutto ai fini di trarre dalla sua esperienza utili insegnamenti per l'avvenire". Parole che nel prosieguo della Relazione vengono chiarite. Per prima cosa carenze organizzative: il Comune non fornirà - nonostante le reiterate richieste - alcuna sede alla commissione né personale specifico. In secondo luogo il comitato non ha spesso avuto risposta nelle sue richieste di atti alla pubblica amministrazione (anche al Comune stesso) su appalti, ditte esterne e consulenze e in molti casi - scrive la Commissione - il lavoro è stato interrotto o ritardato a causa delle "reazioni che si verificarono ogni qual volta che in qualche modo furono sfiorati temi delicati come l'Ortomercato o la questione delle estorsioni anche ad opera di alcuni dipendenti comunali". In pratica, nella lunga stesura di Smuraglia, si fa accenno a "ostacoli" incontrati dalla Commissione, che si dice più o meno apertamente sono stati piazzati dagli stessi esponenti politici e amministrativi milanesi.

Difficoltà a parte, il lavoro della Commissione per quanto spuntata e contrastata, portò alla redazione di una prima Relazione sulle periferie (presentata il 20 maggio del 1991). Si scelse di suddividere il lavoro per far in modo che il Consiglio comunale potesse iniziare la sua discussione sull'attività della Commissione che era stata istituita il 13 novembre del 1990 a seguito delle voci relative all'indagine Duomo connection. La Relazione sulle periferie non ottenne un grande clamore, tanto che né il sindaco (Pillitteri) né gli assessori più tardi a seguito di alcune inchieste giornalistiche la Relazione divenne d'attualità e fu - in diversi casi - acquisita dalla stessa magistratura.

Ma di cosa si parlava nella mini-Relazione sulle periferie? Della presenza di gruppi mafiosi in alcuni quartieri milanesi (Quarto Oggiaro, Stadera, Bruzzano, Comasina, Corvetto, Baggio, Giambellino, Gratosoglio), delle enormi attività di spaccio, della lunga catena di omicidi, del racket delle occupazioni abusive e dell'interesse crescente per il riciclaggio mafioso. Da notare che negli stessi giorni in cui i consiglieri redigevano la relazione (1990-91) in Procura ancora si cercava di dare un quadro alla presenza mafiosa nei quartieri, un lavoro che pochi anni dopo portò alla grande stagione delle inchieste antimafia dalla Wall Street concentrata appunto su Bruzzano e Quarto Oggiaro) fino all'operazione Isola Anita allo Stadera e Gratosoglio. In pratica la puntuale e precisa relazione della Commissione già aveva descritto autonomamente ciò che la magistratura accertò in maniera inattaccabile ma con tempi necessariamente più lunghi, mesi dopo.
 
La Relazione conclusiva della Commissione comunale antimafia approvata il 14 luglio del 1992, traccia per la prima volta un quadro privo di distorsioni politiche della situazione criminale milanese: "Può ritenersi accertato che nei quartieri periferici più a rischio, in cui talvolta hanno trovato difficoltà a esercitare la loro funzione perfino le forze dell'ordine, vere e proprie forme di controllo del territorio sono state (e talora sono) esercitate da organizzazioni mafiose". Quanto alla presenza mafiosa a Milano la Commissione traccia un elenco con nomi e cognomi: "A Milano è stato catturato dopo anni di latitanza il capo storico di cosa nostra Luciano Leggio. A Milano sono stati consumati alcuni tra i più efferati omicidi di esponenti di spicco di gruppi mafiosi (Pernice, La Barbera) e comunque delitti da ascrivere alla logica delle guerre di mafia scoppiate a Palermo e Catania. A Milano esponenti di consorterie siciliane hanno inaugurato la stagione dei sequestri a scopo di estorsione (Torrielli, Rossi di Montelera). A Milano risultano aver stabilito la base dei propri interessi capi storici di 'famiglie' palermitane quali Gaetano Fidanzati, i suoi figli, e Giuseppe e Alfredo Bono. Milano e la Brianza sono stati martoriati dai sequestri a scopo d'estorsione. A Milano sono state concluse le più importanti intese operative per la scalata mafiosa alle sale da gioco di Saint Vincent, San Remo e Campione d'Italia. A Milano ha avuto base operativa fino all'assassinio in carcere Francis Turatello. A Milano ha spadroneggiato per almeno dieci anni la banda capeggiata da Epaminonda legata ad un gruppo mafioso catanese (59 omicidi). Nell'hinterland milanese è in corso una intensa attività della 'ndrangheta per il controllo dell'attività edilizia".  

Il riferimento alle vicende dell'hinterland ancora una volta non è casuale. Negli stessi giorni in cui la Commissione stila la relazione, Saverio Morabito il più importante pentito della 'ndrangheta al Nord sta ancora raccontando i tentacoli delle cosche al pm Alberto Nobili. Per avere il blitz dell'operazione Nord-Sud, che porterà a 221 ordini di cattura di altrettanti affiliati della 'ndrangheta tra Corsico, Buccinasco e Cesano Boscone, bisognerà aspettare più di un anno, ossia il 14 ottobre 1993. Scrive ancora la Commissione: "A riguardo della Borsa, vi è chi ha sostenuto che sarebbe impossibile che essa non fosse utilizzata per il riciclaggio. Vi è chi ha ritenuto plausibile tale ipotesi e chi invece l'ha negata soprattutto dopo che è stata approvata la legge sulla Sim. Tutto sarebbe ormai sotto controllo, secondo questa tesi, nel senso che ormai tutti i soggetti che possono operare in borsa sono sottoposti a controlli rigorosi. Sul punto è però lecito nutrire dubbi(...). Ma per andare ancora oltre risulta altresì che tentativi di infiltrazione da parte di organizzazioni di stampo mafioso in attività collegate alle amministrazioni locali vi sono stati e vi sono e che il fenomeno è favorito dalla scarsa trasparenza della titolarità di beni e di capitali investiti e dalla difficoltà di conoscere i reali assetti proprietari di società che vengono in contatto con le amministrazioni locali, e con esse stipulano contratti di appalto o ottengono concessioni".

L'attenzione della Commissione si sposta poi sul campo commerciale: "Vi sono fenomeni, tuttora poco esplorati, che attengono a frequenti passaggi di proprietà a prezzi rilevantissimi, di esercizi commerciali in zone centrali della città, in forme tali da far pensare a disponibilità liquide così rilevanti da non poter provenire altro che da fonti illecite (spesso almeno presuntivamente, mafiose)". La Commissione poi riferisce della denuncia dei rappresentanti di Confesercenti che hanno parlato di "estorsioni messe in atto da personale dell'amministrazione comunale". Così dopo il caso della gestione dell'Ortomercato che "è meglio venga approfondita dalla magistratura", il Comune si trova di nuovo nel mirino dei suoi stessi inquirenti: "Analoghe considerazioni vanno fatte per gli uffici comunali - scrive la Commissione a proposito delle connivenze nel settore delle imprese edili -, e soprattutto per quelli del settore del governo del territorio. Anche qui, nelle audizioni sono emerse criticità, osservazioni, denunce di fenomeni mentre in generale da parte di organismi dirigenti si è teso a respingere le accuse rivolte al personale".

Aggiunge qualche paragrafo più in là il Comitato: "Il contesto politico amministrativo è da ritenere particolarmente esposto ad un consistente attacco dell'illegalità". La Commissione non usa mezzi termini e distinguo tanto cari ai politici quando si parla di mafia e 'ndrangheta: "E' incontestabile - scrivono i componenti a pagina 37 - una seria presenza mafiosa a Milano, ogni dubbio è perentoriamente smentito da tutti i precedenti anche giudiziari, oltre che da ragionamenti logico-deduttivi inoppugnabili; in più numerosi indicatori indirizzano verso una presenza diversificata, ma continuativa e duratura". Parlando degli appalti, la Commissione si concentra in particolare su quelli relativi alle imprese di pulizie: "Il Comitato decise di chiedere a una serie di enti pubblici di fornire dati sui contratti di appalto stipulati con imprese di pulizie negli ultimi 12 mesi. Si trattava ovviamente non di controllare l'operato degli enti e delle amministrazioni, ma di verificare se vi fossero delle imprese di pulizie ricorrenti con eccessive frequenze, se vi fosse una qualche costante nel rapporto tra le offerte presentate e le variazioni di costi in corso d'opera e quale fosse la consistenza e la struttura delle imprese che assumevano appalti di particolare rilievo. Non tutti gli enti risposero. Ma dalle risposte pervenute emersero "stranezze" e "singolarità", fenomeni di offerte, riduzioni e variazioni meritevoli di sospetto (...). Che in alcune di queste imprese si utilizzi ampiamente il lavoro nero può ritenersi acquisito, che alcune di esse siano state al centro di appalti che hanno sfiorato, se non oltrepassato, il confine tra il lecito e l'illecito, che vi sia stato mesi addietro un furto molto sospetto di materiale attinente a presunte irregolarità nelle imprese di pulizie (avvenuto in un ufficio Iacp), che manchi un albo delle imprese di pulizie e che su di esse non eserciti un controllo neppure l'associazione di categoria, sono altrettanti fatti ormai rilevati. Ma sono state formulate davanti al Comitato ipotesi più gravi, che ad esempio, nel settore si stiano impiegando risorse finanziarie provenienti da attività illecite per essere depurate e riciclate, che talora vi sia una vera e propria opera di spartizione degli appalti mediante accordi fra imprese. Vi è quanto basta per convincersi che si tratta di un settore ad alto tasso di rischio".

L'ultima analisi è per il futuro della Commissione che - scrive il presidente Smuraglia -"sarebbe opportuno non chiudere qui": "Sarebbe anzi opportuno che il comitato diventasse sempre più il punto di riferimento tecnico-scientifico ed etico nell'impegno per il recupero della legalità, una sede di stimolo e controllo dell'attività amministrativa, uno strumento propositivo. Naturalmente per questo fine occorrono collaborazione, dotazione di strumenti e mezzi adeguati, accurata e rigorosa scelta dei componenti del comitato e garanzia di piena autonomia. Le strutture dovrebbero essere notevolmente irrobustite. Il comitato dovrebbe disporre di una sede adeguata e di strumenti e mezzi idonei ". Mezzi e strumenti che Milano, 17 anni dopo, ancora sta aspettando. (cg)