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Le vicende riportate in questo sito riguardano fatti e persone reali e procedimenti giudiziari, in alcune occasioni, ancora in attesa di giudizio definitivo. Pertanto i protagonisti di queste vicende giudiziarie sono da considerare innocenti fino al giudizio definitivo. La redazione di MilanoMafia.com è a disposizione degli interessati per interventi, repliche e chiarimenti



Arrestato il cognato di Michele Sindona, fu coinvolto in un'inchiesta sugli affari della 'ndrangheta nel centro di Milano

Enrico Cilio, 80enne  messinese di Patti e cognato di Michele Sindona, è stato arrestato con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti. 

L'indagine

Cordinata dalla Procura di Milano, l'indagine ha portato in carcere 12 persone. Tra queste anche Enrico Cilio.

Sono accusate di aver falsificato documenti per regolarizzare 7.000 stranieri. Il gruppo, attraverso,
una trentina di società fittizie, emetteva qualsiasi tipo di documenti servisse per regolarizzare la posizione di stranieri

Cilio, secondo le accuse, aveva organizzato l'associazione in modo scientifico, con ruoli e attività ben distinte, a cui partecipavano anche il figlio, il nipote e l'ex moglie del figlio

Un affare da 14 milioni di euro che ha fatto ricchi alcuni dei componenti dell'associazione a delinquere, tanto che la procura ha disposto il sequestro di beni immobili pari a circa 100 mila euro

17 novembre 2009 -
Quando gli investigatori hanno suonato alla sua casa nel centro di Milano, Enrico Cilio ha reagito con la calma dei suoi 80 anni. In mano, i carabinieri avevano l’ordine d’arresto firmato dal gip Luerti per un’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso la falsificazione di documenti. Un’enorme ingranaggio giocato su decine di società fittizie messe in piedi per stampare buste paga e dichiarazioni dei redditti totalmente falsi. Obiettivo: regolarizzare clandestini. In totale saranno 7.000. Per un giro d’affari milionario. Denaro che poi veniva reinvestito nell’acquisto di case di lusso attraverso la creazione di altre società, semplici scatole cinesi dove far transitare milioni di euro. Un’idea coltivata e costruita dallo stesso Cilio, originario di Patti nel Messinese come il suo illustre parente e cognato, quel Michele Sindona (nella foto), padrone della Banca privata e genio delle società fiduciaria che tra gli anni Settanta e Ottanta composero un risiko indistricabile attraverso il quale passava e si ripuliva il denaro di Cosa nostra.

Per capire chi è Enrico Cilio bisogna tornare indietro di qualche anno, precisamente al 6 dicembre 1996, quando una Jaguar dribbla il traffico di viale Monte Nero verso le autostrade dei laghi in direzione di Lugano. Quell’auto è intestata al Podgora parking. Si tratta di un garage proprio dietro al tribunale intestato alla Zatac, società controllata da Mario Tacchinardi, un milanese brillante che secondo il pm Laura Barbaini è uno dei riciclatori del clan Morabito. Non a caso, per il pm, il garage di via Podgora funge da base logistica per la cosca. Mario Tacchinardi si trova all’interno della Jaguar. Pochi minuti prima, assieme al suo socio Elio Zaccagni era uscito dal civico 4 di viale Monte Nero. Qui, all’epoca aveva sede lo studio associato Cilio/Valente. Si tratta ovviamente di Enrico Cilio. E il racconto di quel servizio di appostamento sta nelle carte dell’inchiesta Deep Cleaning, una delle primissime indagini di riciclaggio che porta alla sbarra gli uomini del clan Morabito, i siciliani Tulli e lo stesso cognato di Sindona. Nel 2002 tutti, tranne, i Tulli, vengono assolti. Poi l'appello riabilita anche i Tulli con solo due componenti della famiglia condannati. 

Eppure è proprio in quel processo che nasce e si foma la figura di Cilio. Quella è l’indagine che scopre gli investimenti della mafia calabrese sotto la Madonnina. Congeliamo, per un istante, quella Jaguar che sfreccia veloce per le strade del centro e torniamo a un gelido 6 novembre 1987. Quella mattina alla camera di commercio viene registrata la società Doge srl con sede in via Silvio Pellico a due passi dal Duomo. Il capitale sociale è di 20 milioni, tra gli amministratori compaiono Leo Morabito e Domenico Mollica, entrambi legati alla cosca di Africo. Due anni più tardi, il duo Morabito-Mollica si defila lasciando a capo della Doge i fratelli Tulli, Cosimo e Giancarlo, entrambi di Grammichele, condannati nel 2002 in appello per riciclaggio. Sono loro i prestanomi che per conto dei boss danno la scalata al cuore della città. Leo Morabito compare solamente come rappresentante legale. Contemporanemante i Tulli aprono due finanziarie, la De.Li.Fin. srl e la Fimps srl, il cui oggetto sociale è l’acquisto di bar e ristoranti. Nella loro documentazione compaiono le quote di maggioranza dei bar di viale Marche e di uno di corso Sempione. Gli stessi, che poi verranno acquistati dalla stessa Doge. La Doge Srl nel 1992 viene inglobata dalla Vela srl. Gli amministratori inizialmente sono sempre Leo Morabito e Domenico Mollica, quindi passa tutto nelle mani dei Tulli che spostano la sede da via Silvio Pellico in piazza Velasca. Due anni più tardi, nasce la Co.Ge.Bar, intestata a un tale Pasquale Conte con la sede legale guarda caso in via Silvio Pellico 6. La Co.Ge.Bar, direttamente riconducibile ai Tulli, è lo strumento grazie al quale la ‘ndrangheta muove i suoi primi passi in Galleria Vittorio Emanuele. A soli due giorni dalla sua fondazione, la Co.Ge.Bar, contatta l’amministratore delegato della Emi Italiana Spa per trattare l’acquisto del locale La Voce del padrone e del ristorante Pasta & Pizza che si affacciano proprio sull’Ottagono della Galleria.

Tra le tante società che, attarverso l’acquisto di locali, gestiscono il denaro della ‘ndrangheta c’è anche la Samagi il cui Cda è composto da Zaccagni e da Cilio. Di più: negli uffici di viale Monte Nero non solo sono conservate le scritture contabili della Samagi, ma anche quelle della Carl line, della Tic Tac service, società riconducibili alla cosca capeggiata da Rocco Morabito e Domenico Mollica, due capibastone di Africo. Sulla Car line scrive il pm: “Viene utilizzata quale base logistica e punto di riferimento per tutti gli appartenenti al clan Morabito-Mollica. Al riguardo, specifici servizi di osservazione hanno permesso di individuare, come i familiari dei predetti detenuti, nei giorni in cui risultavano essere stati autorizzati ai colloqui in carcere (Opera), si siano recati presso la suddetta concessionaria”. Il ruolo di Cilio viene specificato nell’informativa del Gico. “Il gruppo Cilio è intervenuto a più riprese, attraverso alcune delle società dagli stessi formalmente controllate nella dissimulazione e schermatura della riconducibilità degli esercizi medesimi alla cosca in parola”. Torniamo, dunque, a quella Jaguar. La sua destinazione finale è Lugano. Il motivo è semplice: l’idea di Cilio, secondo il pm, è quella di creare una società anonima di diritto estero per convogliarvi parte del patrimonio accumulato in Italia. Questa società si chiama Eurosuisse italiana srl, controlla al 99% dalla Eurosuisse holding Spa con sde in Lussemburgo. Tanto per capirci la Eurosuisse italiana dal 9 dicembre 1996, esattamente 3 giorni dopo il passaggio della Jaguar, risulta avere la sede legale in viale Montenero 4. Società, scrive il pm, comunque riconducibile a Mario tacchinardi e quindi nell’ipotesi dell’accusa che però è stata totalmente smontata in aula, alla cosca Morabito. Così il processo si conclude con una serie di assoluzioni, dai  Tulli a Cilio e tutto si sgonfia in una bolla di sapone. (dm
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