Il vecchio don Pepè, Ugo il professore e una scia di omicidi. Sullo sfondo i tavolini lucidi di un bar, una palestra di malavita di questi ragazzi cresciuti tra sangue, cocaina e pallottole. I ragazzi del bar Ebony sono cresciuti. E la loro storia è quella di trent'anni di mafia a Milano. Protagonisti, comparse e vittime da romanzo. Ragazzi da romanzo criminale
Il primo passo Milano, 30 ottobre 1996 - Carcere di Opera. "Ho preso la decisione di collaborare perché ho deciso di uscire dalla vita di delinquenza, cosa che posso fare allontanandomi definitivamente da queste persone solo in questo modo perché invece neanche i periodi di carcerazione in esecuzione pena sono sufficienti a dare un taglio netto. Quando si esce dal carcere si ricomincia a fare ciò che si faceva prima, anche se ci si trasferisce di città si finisce sempre per frequentare persone di un certo tipo. Io ho già provato a cambiare città ma sono ricaduto negli stessi giri" Eccomi. Sono Fiorenzo Loforese, ho 46 anni e i prossimi venti li passerò quasi sicuramente in galera. Sono nato in un paese della Puglia, un paese arrampicato nell’entroterra anche se a sentirlo ci si immagina il porto, le case bianche e la battigia. Sono pugliese di Castellaneta marina, ma qui a Milano ho vissuto, ho conosciuto, sono entrato nei segreti della mafia e della ‘ndrangheta. Sono stato un ladro, un rapinatore. Ma soprattutto sono stato un trafficante d’eroina, un mercante di morte negli anni dei ragazzi ammazzati dal buco. E quando me lo hanno chiesto, sono stato anche un assassino. Ho conosciuto persone malvagie, sono diventato il loro più intimo confidente. E alla fine, alla fine di questo racconto di milioni, pistole e cocaina, ecco, alla fine di questo solenne tradimento, sarà solo il ricordo. Il ricordo dei ragazzi terribili dell’Ebony bar. La mia vita s’è fermata un giorno di dicembre del 1995. Io e Tonino, Antonio Ausilio, calabrese di Crucoli in provincia di Catanzaro, avevamo la macchina piena di eroina. Due chili, nascosti in mezzo ai pacchi di natale. Sapevamo che prima o poi ci avrebbero beccato, perché queste cose iniziano, ti riempiono di soldi e poi, quando prendi confidenza, quando pensi di averli fottuti, poi arrivano gli sbirri e finisci qui, in una galera di merda a chiederti soltanto chi potrà averti venduto. I miei dubbi sono durati il tempo di lasciare la macchina con le portiere spalancate in mezzo alla strada, schiacciata tra un autobus e un’altra auto all’incrocio di via Ronchi. Mentre scappavo a piedi, mentre correvo con due sbarbati vestiti da sbirri dietro al culo, ecco, lì già avevo capito. Mi avevano venduto i miei fratelli, la mia famiglia. Mi avevano venduto le persone con le quali per quasi vent’anni avevo trafficato la morte, avevo diviso i soldi delle estorsioni e con le quali mi ero bagnato nel sangue. Ora quel sangue era il mio. Ero un bravo trafficante, il più bravo sulla piazza di Milano. Trattavo eroina e ne arrivavano venti chili ogni quindici giorni. Rifornivo la Lombardia, e giù fino alla Versilia. Trattavo alla pari coi turchi, e loro se lo chiedevi ti portavano i quintali. Bastava chiedere. Gente strana i turchi. Poi sono arrivati quelli di Corsico, i calabresi di Platì e alla fine il gioco è finito. Arrivavano i camion e loro ammazzavano l’autista. Arrivavano gli intermediari a prendersi i soldi e loro li mandavano all’altro mondo. E’ durata dieci anni, poi anche i turchi si sono incazzati. Sono stati i calabresi di Corsico a iniziare questi cazzo di casini, sono stati loro a fregare nel piatto dove si mangiava in cinquanta. Hanno voluto mangiare da soli, e ci hanno sputtanato. Io i calabresi li ho conosciuti bene. E ve lo posso dire: i calabresi sono tutti bastardi. Se gli metti le spalle al muro si mettono a sparare. Anche don Pepé è un calabrese, un uomo di ndrangheta. Pepé Onorato è stato il mio padrino, a quest’uomo con la faccia da diavolo ho regalato 45 anni della mia vita. Mi ha dato i soldi, m’ha dato tutto quello che qui, in questa merda di Milano, gli altri avrebbero pagato con l’oro. M’ha insegnato a sparare. E quando sono stati loro a mettermi spalle al muro anch’io, pugliese prestato alla ndrangheta, ho deciso di sparare. Ci ho pensato quasi un anno, ma in fondo la convinzione l’avevo già in testa. L’ho fatto per vendetta, perché la vendetta è l’unica cosa che mi resta. Ma l’ho fatto anche per paura e per questo ho scritto una lettera con le mie condizioni ai magistrati, ho chiesto di far sparire i miei figli, la mia compagna, di metterli al sicuro. Ho deciso di pentirmi perché non avevo altra scelta. So che questo potrebbe portare altro sangue, sangue della mia famiglia e per questo ai magistrati ho chiesto solo di salvarci da una condanna a morte. Non so dove andrete a finire seguendo le mie parole, ma so che vi porterò in un mondo che neppure potevate immaginare. Fiorenzo Loforese si blocca di scatto. Nell’aula insonorizzata del carcere di Opera si sente come il sibilo di una fucilata. Il tasto del registratore esplode verso l’alto bloccando le parole del detenuto che per venti minuti ha riempito quella stanza come un fiume in piena. La mano del magistrato, una mano curata con le unghie ricoperte da un smalto d’un rosa appena accennato, si solleva verso l’alto, accompagnata dallo stridere del nastro ingabbiato nella cassetta. Le parole hanno riempito a malapena metà del nastro. E quello stop, in qualche modo, ha avuto un suono sinistro. Loforese strabuzza gli occhi, il suo sguardo si perde per un attimo in quello del finanziare Sandro Proietti che fino a quel momento non ha aperto bocca né cambiato espressione. E' un altro scatto, quello del tasto pausa del registratore ad interrompere il silenzio: “Si dà atto che alle ore 14,45 si sospende l'interrogatorio anche per l'ora tarda e l'esigenza di non allertare i detenuti circa l'atteggiamento di Loforese". Le parole della dottoressa Celestina Gravina tornano a far scorrere il sangue nelle vene del detenuto traditore. La prima volta da pentito è filata via con la stessa adrenalina di una rapina, con la stessa eccitazione di quando, in gioventù, ha imparato a saltare i banconi delle gioiellerie. E' andata. E in qualche modo gli è pure piaciuta. Con il tempo anche quella diventerà un’abitudine. Milano, dicembre 1996 - Carcere di Opera Generalità: Loforese Fiorenzo, nato a Castellaneta il 27.10.1953; "Parlerò di un gruppo di persone con cui io ho lavorato fin dal 1982, di cui fanno parte stabilmente un nucleo di almeno cinque persone, Pepè Onorato che è il capo, Pangallo (mi sembra che questo sia il cognome esatto) Gimmy e suo figlio Marco, Ausilio Antonio e suo fratello Domenico. Tutte queste persone decidono insieme e dividono insieme i guadagni di attività di droga, armi, ricettazione, truffe ed usura. Strettamente collegato al gruppo è anche un certo Giovanni, detto Giovanni il veneziano che vive a Trieste, convive con una cinese che ultimamente era stata ospite di Pepè Onorato fino al momento in cui ero libero (sono stato arrestato l'11.12.1995 con circa due chili di eroina insieme ad Antonio Ausilio). Io sin dal 1982 ho lavorato stabilmente inserito in questo gruppo in tutte le attività illecite compiute, sino al momento del mio arresto. Ricordo che inizialmente con noi c'era anche un calabrese di Reggio, un certo Antonio, molto amico di Pepè Onorato, che però ritornò in Meridione nel 1985 ed allora non si è più visto, se non qualche volta in visite di sfuggita a Milano. Abitava a Briosco, in una casa che conosco di sua proprietà, posso sicuramente indicarla e di li si potrà risalire il suo nome. Aveva una moglie insegnante, non ricordo se di scuola media o elementare. Un'altra persona che aveva sempre a che fare con noi, ma nel campo specifico dell'usura era Giovanni Gulisano, che abita a Vimercate. Il figlio di Gulisano, conosce tutti e secondo me può fare tutti i nomi quando saprà che suo padre non è morto naturalmente come crede, ma è stato avvelenato col cianuro. Questo me lo ha detto Antonio Ausilipo perché io nel periodo in cui hanno ucciso Gulisano ero in Bulgaria per trattare eroina. Quando sono tornato Antonio mi ha detto che era stato ammazzato col cianuro, mi disse che era morto verso le 3-4 del mattino nella campagna che aveva dalle parti di Parma. Nella tenuta di Gulisano ogni domenica c'era una riunione, portavano tutti anche le famiglie, io però non ci sono mai andato pur essendo sempre invitato. Ausilio mi ha raccontato che Gulisano è morto perché aveva parlato troppo in quanto aveva detto ad un commerciante della zona di Pioltello, un uomo alto circa due metri di cui non so dire il nome ma che aveva ceduto alla figlia di Gulisano, senza ricevere pagamento, una Lancia Integrale mi sembra bianca, che lui avrebbe fatto la fine del benzinaio di Pioltello il quale era stato ucciso per fatti di soldi da usura. Infatti questo commerciante aveva ricevuto da Gulisano un prestito iniziale di 40 milioni e poi aveva restituito soldi per enormi somme ed infine Gulisano pretendeva circa un miliardo. Gulisano poi è stato ammazzato col veleno mentre io ero in Bulgaria, un paio di giorni prima del mio ritorno. Antonio non mi ha detto esattamente chi c'era quella sera quando gli fu dato il veleno, mi disse però che era cianuro. Io gli chiesi come era andata esattamente ma lui non volle entrare nei particolari, mi disse 'eri presente? No, e basta così!'. Il figlio della vittima sa tante cose, è un ragazzo regolare e non fa niente di illecito ma conosce tutti quelli che frequentavano il padre. Sono sicuro che il commerciante d'auto di Pioltello, quello di altissima statura, confermerà il discorso che io ho fatto ed anche che Gulisano a lui fece il riferimento al benzinaio di Pioltello (in realtà quell'omicidio successe un pò più avanti di Pioltello su una strada di periferia con tante ditte ed in fondo un grande magazzino con grandissimo parcheggio, l'omicidio fu compiuto all'orario di chiusura del benzinaio), perché il commerciante d'auto, che era della stessa zona, ben doveva sapere che il benzianaio era stato ammazzato per questioni d'usura. Inoltre Gulisano sempre per spaventarlo gli aveva fatto apertamente i nomi di Pepè Onorato e Gimmy Pangallo ed in effetti fummo proprio noi a decidere l'eliminazione del benzinaio di Pioltello che doveva 100 milioni a Giovanni Gulisano (la storia era direttamente di Giovanni, ma tutti sono soci nell'usura ed infine tutti rispondono di tutto ed esigono tutto quanto dovuto dai clienti che magari però fanno specifico riferimento all'uno od all'altro in particolare), il benzinaio fu materialmente ucciso da Ausilio che era andato sul posto con una Tipo 16 Valvole rubata la sera stessa da suo fratello Domenico (specialista di furti d'auto di grossa cilindrata) e da Francesco Veneziano. Io e Veneziano aspettammo gli Ausilio circa 500 metri o qualche centinaia di metri in più oltre il benzinaio in direzione di Pioltello. Li bruciammo la macchina (eravamo premuniti dell'acool necessario per cospargere la macchina). L'omicidio del benzinaio avvenne nel 1991, era inverno, ricordo che faceva freddo; si parlava di questo omicidio da qualche settimana perché ormai si riteneva più conveniente eliminare questo benzinaio che soldi ne aveva già dati moltissimi: infatti era ridotto male e dormiva nella roulotte nel distributore. Tutto si discuteva e tutte le decisioni si prendevano sempre nel negozio di abbigliamento di Pepè Onorato ed infatti i due Ausilio per andarte a fare l'omicidio si presero due cappotti lunghi neri e i guanti proprio dal negozio di Pepè, mentre i passamontagna che calzavano al momento dell'omicidio - che non erano proprio passamontagna ma berretti di lana portati molto calzati con due buchi fatti all'altezza degli occhi -, li andai a comperare io in un magazzino di un paio di piani che è dopo un ponte proseguendo sulla stessa via Teodosio verso la tangenziale. Gulisano insomma fu ucciso perchè aveva parlato troppo dicendo al commerciante d'auto cose che riconducevano al nostro gruppo l'omicidio del benzinaio di Pioltello". L'aula bunker sta laggiù in fondo, oltre via Uccelli di Nemi, subito dopo quella curva che nasconde una scuola elementare. Annunciata da un alto cancello e da una specie di check point con guardie armate. Il parallelepido di cemento si intravede oltre la sbarra, a duecento metri, piantato in mezzo al nulla del quartiere di Ponte Lambro: un mercato comunale, una chiesa, strade, lotti popolari, bar e il centro cardiologico Monzino. Oggi qui l'aria ghiaccia il fiato. Il cielo appare più basso e grigio del normale. C'è puzza di smog in questo strano dicembre di crisi economica e incertezze politiche. Davanti all'aula un giovane carabiniere fuma e batte i tacchi. Qualche avvocato entra ed esce dal portone di ferro. Gli imputati, loro sono già arrivati. Se ne stanno nel grande gabbione. Oltre trenta metri di ferro e gradoni di cemento scorrono sui lati. In fondo la corte. Poco prima gli avvocati, ancora più indietro i posti riservati ai giornalisti. Ma oggi di giornalisti non c'è ombra. Tredici dicembre 2009, Giuseppe Onorato, il vecchio padrino di Loforese, se ne sta seduto da solo. Sta a destra della gabbia. Indossa un abito scuro: pantaloni e giacca. Lo sguardo distratto, il volto tondo, la pelle cadente racconta tutti i suoi 72 anni. Giuseppe Onorato assomiglia più a un vecchietto innocuo che a uno spietato boss della 'ndrangheta. In effetti, però a guardarli bene quei suoi occhietti neri emanano un brillio sinistro che fa paura. Sì perché don Pepè è capace di tutto. Anche di sfondare la testa a un operaio con un tubo di ferro e solo perché quello con il suo lavoro ha bloccato l'ingresso di casa sua. Capita a metà degli anni Ottanta. All'epoca Onorato abita in via Ingegnoli nella zona di Lambrate. Ci vive con la moglie. E lui, che ha una carrozzeria assieme al fratello, ogni mezzogiorno torna a casa. Quella volta, però, la signora Gianna, per colpa di quegli operai, non è riuscita ad andare a fare la spesa. Per il boss, dunque, niente cibo. Onorato allora si arrabbia scende in strada e parla con gli operai: "Voi oggi non mi fate mangiare perché state facendo questi lavori, adesso io vi dico che vado sopra, mi faccio il riposino, anche se non ho mangiato, quando scendo non vi devo vedere più". Gli operai osservano quell'ometto quasi divertiti. Tre ore dopo, don Pepè scende e trova gli operai. Allora prende una sbarra di ferro e la spacca in faccia a uno dei muratori. Nell'aula bunker, appena sopra di lui, sempre in piedi, avanti e indietro per tutti i metri della gabbia, Vincenzo Pangallo sembra un leone in gabbia. Lo chiamano Jimmy e a differenza di Onorato non ha l'abitudine di tingersi i capelli. Jimmy Pangallo i capelli li ha bianchi. Questa mattina indossa una giacca di pelle nera e pantaloni di velluto. Il 10 agosto ha compiuto 58 anni. Il giudice ha appena finito di riprenderlo. "Sfortunatamente per te la vita è lunga", aveva appena finito di dire a un teste che metteva in dubbio la sua onorabilità. "Non tollero minacce in quest'aula", aveva urlato il giudice. E così Jimmy s'è zittito riprendendo a macinare metri di cemento, lo sguardo basso, le mani dietro al schiena. Furioso, Vincenzo Pangallo è così. Mai mettersi contro di lui. In fondo al gabbione Antonio Ausilio scherza con qualche compare. Lui dei tre è il più giovane e il più pazzo. Alto non è alto, la testa pelata e tonda come una palla da biliardo e la rabbia che gronda da quel volto da pit bull. Perché Antonio Ausilio è un killer. Ogni tanto parlotta con un tizio alto e grasso. Si chiama Lorenzo Fornasini e anche se è nato a Milano nel 1961, per tutti è il braccio destro del boss siciliano Guglielmo Fidanzati, rampollo di un casato mafioso ai vertici di Cosa nostra. Suo padre è un certo Gaetano Fidanzati, narcotrafficante, amico di Totò Riina, amico di politici e spioni. Per loro l'aula bunker di Milano rappresenta il traguardo, l'atto finale di una storia durata quasi trent'anni. Se ne stanno qui, 23 anni dopo le prime parole di Lorenzo Loforese. Milano, dicembre 1996 - carcere di Opera Eppure tutto inizia ancora prima. All'alba degli anni Ottanta. All'epoca, Milano è una città ferita e convalescente. Le stragi e il terrorismo hanno lasciato il segno. Si ha voglia di ricominciare. Anche se il verbo più adatto è dimenticare. Cancellare omicidi, piazze, volantini, sequestri. Un sentmento trasversale che coinvolge la borghesia, ma anche le fabbriche. A Milano così si riaccendono le luci, si aprono ristoranti, night club, si organizzano feste. La televisione privata manda in onda i primi telefilm americani. E' l'epopea socialista, la storia antica della Milano bere. La mafia studia, osserva e agisce. la droga è il nuovo business. La cocaina per i ricchi, l'eroina per i raggazzi delle piazze. C'è mercato e richiesta. Il resto lo faranno i clan. Di questa storia, Lorenzo Loforese è solo una comparsa. Lui ha pedalato da gregario. Ad altri le decisioni. Lui ha sempre eseguito gli ordini. E nonostante questo ha visto e conosciuto. E ora, 16 anni dopo e a 23 dal grande processo nell'aula bunker, torna a raccontare. Come per la prima volta davanti a quel magistrato dallo sguardo gentile e dai modi risoluti. La dottoressa Celestina Gravina attende nella sala degli interrogatori. Loforese entra, saluta e si accomoda. Appena appoggia i goniti sul tavolo si accorge di essere rilassato. I timori della prima volta sono scomparsi. Ora nemmeno il clic del registratore può fargli paura. Perché questa ormai è la sua vita, giorno per giorno, verbale dopo verbale. "Sin da quando lo ho conosciuto, cioè nel 1982, Jimmy Pangallo era in strettissimi rapporti di società con Pepè Onorato e Antonio Ausilio, non so bene come sia nata questa società, i tre erano come fratelli, quando li ho conosciuti erano già insieme, Pepè mi disse che Ausilio lo aveva conosciuto in galera, Pepè è anche compare di battesimo di uno dei figli di Ausilio. I tre erano soci e sono sempre rimasti tali fino al momento del mio arresto in tutte le attività di droga, armi, usura. Nell'agosto del 1982, Antonio Ausilio venne a Castellaneta e mi propose di salire a Milano. Accettai emi trafserii al qaurtiere Corvetto in vie dei Cinquecento 16. All'epoca Jimmy Pangallo faceva delle ditte a scoppio. Sempre nello stesso periodo Ausilio mi fece conoscere Pepè Onorato. Iniziammo subito a fare rapine a portavalori. Normalmente noi consegnavamo tutto il ricavato delle rapine a Pepè Onorato. Frequantavamo il suo negozio in via Teodosio praticamente ogni giorno e lì consegnavamo quanto avevamo ricavato dalle rapine, prendevamo anche commissioni da Pepè per la consegna di merce varia, perloppiù ricettata; sin dall'inizio del mio rapporto con Pepè Onorato ho conosciuto suo nipote Franco che praticamente faceva il contabile per lui e che molte volte ci aiutava nella identificazione dei portavalori quando noi gli portavamo il numero di targa della macchina individuata e lui ci diceva di avere anche un polizziotto o carabiniere conoscente. Ricordo di un fatto che ci fu proprio segnalato da Franco nipote di Pepè. Ci disse che c'era un vecchietto che vendeva l'oro in casa e abitava in una traversa poco distante da via Teodosio, un paio di traverse dopo andando verso Piazzale Loreto, vicino a un bar-tabacchi di un pugliese che era frequentato da questo vecchietto. Franco ce lo fece vedere proprio quando veniva a prendersi l'aperitivo al bar. Io e Peppino di Opera, previa rottura del vetro del portone del palazzo dove abitava il vecchietto, salimmo fino all'ultimo piano dove lui abitava - ricordo che le scale erano strette - . Lo aspettammo alla sera verso le sette forse proprio all'ora in cui lui tornava dal bar. Partecipò anche Ausilio. E fu lui a rrompere il vetro del portone. La rapina non si fece perché all'arrivo del vecchietto Peppino gli diede con la pistola un colpo troppo forte in testa. Vedemmo troppo sangue mentre il vecchietto era caduto in terra, usciva gente nelle scale e così ci allontanammo andandocene da Pepè. Nell'ottobre del 1991 si decise di darsi alla grande alla droga e Pepè Onorato si diede da fare per i contatti. Fu allora che conoscemmo Robertino di Baggio dal quale acquistammo forniture di eroina, cocaina e fumo, importi di dieci, quindici, venti chili e più, in particolare ricordo che Robertino teneva il fumo in bidoni che vendeva interi e c'erano almeno venti chili di fumo. Robertino poteva disporre di quanta droga voleva, tutti andavano da lui. Dopo ci rifornimmo anche da Natale Rappocciolo sempre per importi di questo tipo. Lui ci faceva dei prezzi migliori. Fu lo stesso Rappocciolo che ci diede la pistola con cui fu ucciso il benzinaio, la consegnò nelle mani di Pepè, all'epoca Rappocciolo aveva una Integrale bianca, non ho mai saputo dove abitava ma se la faceva a Porta Venezia. Questi acquisti da Robertino e Natale li abbiamo sempre fatti tutti insieme, Ausilio, Jimmy e Pepè, a ritirarla materialemte da Robertino andavamo io e Ausilio. Ci stava poi Giovanni il veneziano, almeno io l'ho sempre conosciuto così. Lui era il canale delle armi per conto di don Pepè. Nel 1995 lui riforniva Pepè di carichi d'armi, mitragliette Kalashnikov, pistole di vario genere e dei mitra particolari, che sparano 9 per 21, molto robusti, funzionano solo con l'inserimento del silenziatore che si avvita a filettatura sulla canna. Le armi arrivavano in borsoni su camion di linea. Una volta, io e Franco, il nipote di Pepè, abbiamo portato a Reggio Calabria, esattamente a casa della sorella di Pepè Onorato, una mega villa dove loro hanno anche i cavalli, un carico di due mitragliette con il silenziatore, una pistola cal. 22 con il silenziatore e due rivoltelle cal. 38. Abbiamo ricevuto direttamente dal magazzino di Pepè queste armi che abbiamo sistemato nella mia macchina, una vecchia Mercedes 380, in un imbosco elettronico ricavato nel cassetto del cruscotto e nel pannello della portiera. Tra gli affari di don Pepè, Ausilio e Jimmy, c'erano poi il giro delle macelleria. I tre lo tenevano in piedi in collaborazione con un certo Giannino di Milano 3. Questo era socio nelle macellerie di piazzale Loreto, Bonola e nei ristoranti e macelleria di Via Torino. Socio in questa attività che doveva essere a scoppio, cioé questa catena di esercizi era stata rilevata per lavorare qualche mese con merce di tutte le provenienze, non pagare e dopo chiuderla. Poi c'era anche Giovanni il calabrese, un uomo sui cinquanta anni che dicevano avere una casa e la famiglia in Svizzera e che intimo amico di Giannino di Milano 3. Questo Giovanni il calabrese era quello che appariva nella gestione di questi locali. Le licenze di questi locali erano intestate, dicevano loro, ad un certo Mario Merola (soprannominato così) che io non ho mai visto" | ![]() |

